Il nuovo romanzo la clownesse dell’Anno del Cane di Patrizia Barbuiani verrà presentato da Petruska Editions il 1° aprile 2021. Pubblichiamo qui, in anteprima, a puntate settimanali, i primi dieci capitoli. Il libro può essere acquistato da subito. Verrà inviato per posta il giorno della pubblicazione.



Dal romanzo la clownesse dell’Anno del Cane



1


    Lotte  era nata nell’Anno del Cane.

    Del cane possedeva un forte attaccamento alla terra, una grande lealtà e un indiscusso fiuto derivante da un grosso naso.

    Quel naso.

    Un naso pressoché indipendente. Una minuscola proboscide carnosa che illuminava un viso scarno e pallido. Un naso prepotente che la portava in giro da sempre.
Curioso, impettito, altezzoso.
E riconoscibile a distanza perché la gente prima vedeva arrivare il naso e poi Lotte. Parevano due creature indipendenti fuse assieme da un destino eccentrico. Questo naso non possedeva un’anatomia diversa da tanti altri nasi, quanto un’audacia sfrontata nell’imporsi all’attenzione del mondo. Si era creato una vita, dei sogni, delle speranze e delle abitudini alle quali Lotte doveva sottostare. Lei aveva cercato di liberarsi da questa dipendenza, ma ogni tentativo era risultato vano.

    Aveva dovuto cedergli il passo persino alla nascita. Durante il periodo di gestazione si era sviluppato prima quel coso cresciuto in mezzo alla faccia e poi il resto di un feto minuscolo, delicato, etereo, trascinato dopo 35 settimane a conoscere la luce. Mentre il naso era pienamente ingrossato e connaturato a un adulto, il resto di Lotte procedeva in ritardo a maturare, poiché tutta l’energia procurata dal cordone ombelicale veniva risucchiata avidamente da quell’escrescenza carnosa. E quando fu stanco dello stato embrionale, del calore, dell’oscurità, dell’inalterabilità del liquido amniotico decise e di sua iniziativa trascinò il resto di Lotte fuori da quel provvisorio abitacolo per spaziare nel nuovo mondo. Voleva finalmente dare inizio alla funzione per cui era stato creato, invece di vegetare collegato a due polmoni esistenti ma inattivi.

    Insomma voleva respirare.

    Così provocò la rottura del sacco amniotico e la fuoriuscita delle acque. Si fece largo non senza fatica fra la carne materna che si dilatava al suo passaggio. S’impose a strattoni strisciando nel varco angusto che lo attorcigliava pedinato da una faccia, da un torace, da braccia e da gambe inanimate. E tirava, tirava, tirava infischiandosene di una madre impreparata e di una Lotte indecisa, finché la punta implacabile lacerò il confine fra il vecchio e il nuovo mondo.
Apparve in tutta la sua maestosità, così enorme e così provato, raggrinzito, tumefatto da lasciar costernati i presenti. Un’escrescenza che, immobile all’imboccatura, non si decideva a uscire.
E dilatando le narici inspirò profondamente, inspirò non tanto per dare ossigeno ai polmoni e spiegarli, quanto per inalare con l’aria la miriade di odori che lo circondavano.
Colpito dal freddo che gli pizzicava il condotto olfattivo, attento a percepire fragranze nuove da catalogare, si dimenticò di far posto al resto del corpo di Lotte. Così nel buio più totale la bocca cementata da una parete vischiosa non poté emettere alcun suono. Mentre il naso in bilico fra due cosce spalancate si beava del respiro, Lotte imprigionata non poté sfogare la sua rabbia attraverso il semplice riflesso del pianto. Quel pezzo di carne tumida era troppo impegnato a percepire odore di disinfettante, ferro, sudore, ossigeno, acqua, cotone idrofilo per permettere alla massa alle sue spalle di spingerlo oltre quella soglia miracolosa.Questo interminabile intervallo venne scambiato per un imprevisto. L’allarme fece il giro degli astanti. Il naso si sentì afferrato prepotentemente da una morsa disumana che, aderendo alla sua superficie, lo strappò a forza dall’abitacolo materno. Lotte incredula si sentì risucchiata all’esterno dal suo naso avvinghiato alla ventosa.
Tutti erano scombussolati. La faccia raggrinzita della neonata era cianotica. La bocca disperata si spalancava con sforzo mostrando le gengive, la lingua, il palato e la gola. Eppure non usciva alcun suono. Lo sforzo per provocare il riflesso primario della nascita era inutile. La neonata pareva un pesce che annaspava silenzioso alla ricerca dell’elemento vitale. Dopo alcuni minuti di inutili tentativi nessun pianto liberatorio aveva riempito la sala parto, suscitando la gioia della partoriente e dei camici bianchi. Mentre nel momento in cui tutti si interrogavano pensierosi sulla gravità di questo caso anomalo, proprio in quel momento accadde il prodigio. Lotte, ormai ubriaca dell’ossigeno inalato dal suo smisurato naso e con ancora il cordone ombelicale intatto, iniziò a emettere dei suoni gutturali. Era la prima volta che i presenti assistevano a un parto in cui un neonato, anziché utilizzare il riflesso del pianto per superare l’impatto con la vita, utilizzava quello del riso. E non a caso.

    Il riso fa buon sangue.

La gente che l’attorniava, invece di spaventarsi per questa anomalia, venne contagiata dalle risate in sordina della piccola creatura e, abbandonando la serietà proverbiale che distingue una sala parto, condivisero quella stravaganza dapprima con tenui sorrisi, poi con risa trattenute e infine si lasciarono andare a una ridarella contagiosa che allentò la tensione e la paura. Soltanto quando la piccola si fu sfogata e tacque, solo allora tutto tornò alla normalità.
Venne lavata, frizionata, vestita e consegnata a sua madre, Margherita Rosa Viola che, spossata dal parto, fluttuava in un dormiveglia rigenerativo. Lotte si sentì appagata a contatto con il corpo di sua madre. Ne riconobbe l’odore e il battito cardiaco. Inoltre lo sfinimento causato dalle risate le mise addosso una piacevole sonnolenza. Di tutt’altro avviso era il suo naso infuriato.

Il dolore e l’affronto subiti dalla cartilagine olfattiva erano offese irreparabili. Era stato trattato senza alcun rispetto, come un’appendice morta da afferrare, strizzare e manomettere a piacere. Piuttosto che rispettare i suoi ritmi d’inspirazione ed espirazione, utili per degustare i profumi circostanti, si era preferito strapparlo con una infernale ventosa per dare spazio a quella cosa legata a lui di imporsi con la sua risata beffarda e argentina. In questo modo si era infierito irrimediabilmente sulla sua forma originale e nobile che dallo strattone assunse una forma bislunga, adiposa e pronunciata.
La nuova venuta era l’unico neonato in tutto il reparto maternità che non si lamentava. Mentre gli altri eseguivano sinfonie di vagiti, gemiti, urla, la piccola pareva vivere in un mondo ovattato e senza lacrime. Però possedeva una forza invisibile che comunicava alle infermiere i suoi bisogni. E quel naso grande attirava su di sé la simpatia del personale.
La piccola aveva provato ogni giorno a concentrare le forze per cercare di lacrimare. Aveva osservato con attenzione i suoi vicini di culla per coglierne l’espressione, il corrugamento del volto, il ritmo del respiro nel momento in cui spalancavano la loro caverna sdentata verso il cielo per provocare quel singhiozzo liberatorio, ripetitivo, ossessionante.

    E si sforzava di imitarli. Senza alcun successo.

    Per ovviare a questa carenza la piccola si rifugiò in sé stessa. E riuscì a superare quel periodo sotto stretta sorveglianza con un diversivo che la ripagava dei disagi.

    Lotte sognava.

    Riusciva a esternarsi dalle pareti bianche, dai camici bianchi, dai lenzuoli bianchi e partire verso mondi sconosciuti e meravigliosi che l’appagavano dei controlli brutali, della bilancia in agguato, della sterilità che la circondava.
Al contrario il suo naso impaziente odiava doversene stare in ozio, immobile, nell’incubatrice, sempre a contatto con quell’odore unico, inequivocabile, disarmante che era l’odore d’ospedale. Alle volte per la disperazione iniziava a scuotersi, a sollevarsi, a infilarsi fra le cannule e i cerotti, ansimante e dilatato finché accorreva il personale a calmarlo con infusioni che lo intorpidivano.
E in quel periodo forzato si allenò a riconoscere gli odori delle infermiere. La robusta matrona del primo turno inondava il reparto con l’odore di borotalco che le era ormai penetrato nella pelle e nei polmoni. La caporeparto, una secca acciuga provvista di occhiali, aveva sentore acido di latte coagulato. La rossiccia rotonda del turno serale sapeva di noce moscata. Il dottore invece proprio per distanziarsi da quella moltitudine di femmine in divisa bianca odorava di selvatico, di caprone, di carne frollata.

    Sua madre emanava lo stesso profumo che l’aveva avviluppato per otto mesi e che dall’interno del suo corpo fluiva all’esterno, trasformandosi nell’odore unico e riconoscibile di terra calda bagnata dalla pioggia. Le esalazioni provenivano da un centro sconosciuto, poiché sua madre non sudava, possedeva una pelle secca inodore e non si profumava.
Eppure nel congiungere le braccia per circondare sua figlia improvvisamente fuoriusciva da lei quell’essenza satura di terra che impregnava i vestiti, le lenzuola, i capelli e che aleggiava nella stanza frequentemente arieggiata dalle infermiere che lasciavano a loro volta scie di latte coagulato, di borotalco e di noce moscata.

    Lotte cresceva e aumentava di peso per la gioia del personale ospedaliero, finché venne congedata con la madre e fece il suo ingresso trionfale in una casa che era un concentrato di colori, caos, olezzi, stranezze.

    E sulla soglia l’attendeva una nonna in lacrime che a braccia aperte se la inghiottì in un seno mastodontico e profumato.


(segue: secondo capitolo, dal 7 febbraio 2021)

© Patrizia Barbuiani / PRO LITTERIS / Associazione artistica PETRUSKA



Edizione a tiratura limitata.
Tutti gli esemplari della prima edizione saranno firmati dall’autrice.

Vuoi riservare il libro?

47 capitoli, 296 pagine, illustrazioni e inserti manuali.

Pubblicazione il 1 aprile 2021.




Patrizia Barbuiani | CH-6900 Lugano | patrizia_at_barbuiani.com | +41794485387