Il nuovo romanzo la clownesse dell’Anno del Cane di Patrizia Barbuiani verrà presentato da Petruska Editions il 1° aprile 2021. Pubblichiamo qui, in anteprima, a puntate settimanali, i primi dieci capitoli. Il libro può essere acquistato da subito. Verrà inviato per posta il giorno della pubblicazione.



Dal romanzo la clownesse dell’Anno del Cane



1


    Lotte  era nata nell’Anno del Cane.

    Del cane possedeva un forte attaccamento alla terra, una grande lealtà e un indiscusso fiuto derivante da un grosso naso.

    Quel naso.

    Un naso pressoché indipendente. Una minuscola proboscide carnosa che illuminava un viso scarno e pallido. Un naso prepotente che la portava in giro da sempre.
Curioso, impettito, altezzoso.
E riconoscibile a distanza perché la gente prima vedeva arrivare il naso e poi Lotte. Parevano due creature indipendenti fuse assieme da un destino eccentrico. Questo naso non possedeva un’anatomia diversa da tanti altri nasi, quanto un’audacia sfrontata nell’imporsi all’attenzione del mondo. Si era creato una vita, dei sogni, delle speranze e delle abitudini alle quali Lotte doveva sottostare. Lei aveva cercato di liberarsi da questa dipendenza, ma ogni tentativo era risultato vano.

    Aveva dovuto cedergli il passo persino alla nascita. Durante il periodo di gestazione si era sviluppato prima quel coso cresciuto in mezzo alla faccia e poi il resto di un feto minuscolo, delicato, etereo, trascinato dopo 35 settimane a conoscere la luce. Mentre il naso era pienamente ingrossato e connaturato a un adulto, il resto di Lotte procedeva in ritardo a maturare, poiché tutta l’energia procurata dal cordone ombelicale veniva risucchiata avidamente da quell’escrescenza carnosa. E quando fu stanco dello stato embrionale, del calore, dell’oscurità, dell’inalterabilità del liquido amniotico decise e di sua iniziativa trascinò il resto di Lotte fuori da quel provvisorio abitacolo per spaziare nel nuovo mondo. Voleva finalmente dare inizio alla funzione per cui era stato creato, invece di vegetare collegato a due polmoni esistenti ma inattivi.

    Insomma voleva respirare.

    Così provocò la rottura del sacco amniotico e la fuoriuscita delle acque. Si fece largo non senza fatica fra la carne materna che si dilatava al suo passaggio. S’impose a strattoni strisciando nel varco angusto che lo attorcigliava pedinato da una faccia, da un torace, da braccia e da gambe inanimate. E tirava, tirava, tirava infischiandosene di una madre impreparata e di una Lotte indecisa, finché la punta implacabile lacerò il confine fra il vecchio e il nuovo mondo.
Apparve in tutta la sua maestosità, così enorme e così provato, raggrinzito, tumefatto da lasciar costernati i presenti. Un’escrescenza che, immobile all’imboccatura, non si decideva a uscire.
E dilatando le narici inspirò profondamente, inspirò non tanto per dare ossigeno ai polmoni e spiegarli, quanto per inalare con l’aria la miriade di odori che lo circondavano.
Colpito dal freddo che gli pizzicava il condotto olfattivo, attento a percepire fragranze nuove da catalogare, si dimenticò di far posto al resto del corpo di Lotte. Così nel buio più totale la bocca cementata da una parete vischiosa non poté emettere alcun suono. Mentre il naso in bilico fra due cosce spalancate si beava del respiro, Lotte imprigionata non poté sfogare la sua rabbia attraverso il semplice riflesso del pianto. Quel pezzo di carne tumida era troppo impegnato a percepire odore di disinfettante, ferro, sudore, ossigeno, acqua, cotone idrofilo per permettere alla massa alle sue spalle di spingerlo oltre quella soglia miracolosa.Questo interminabile intervallo venne scambiato per un imprevisto. L’allarme fece il giro degli astanti. Il naso si sentì afferrato prepotentemente da una morsa disumana che, aderendo alla sua superficie, lo strappò a forza dall’abitacolo materno. Lotte incredula si sentì risucchiata all’esterno dal suo naso avvinghiato alla ventosa.
Tutti erano scombussolati. La faccia raggrinzita della neonata era cianotica. La bocca disperata si spalancava con sforzo mostrando le gengive, la lingua, il palato e la gola. Eppure non usciva alcun suono. Lo sforzo per provocare il riflesso primario della nascita era inutile. La neonata pareva un pesce che annaspava silenzioso alla ricerca dell’elemento vitale. Dopo alcuni minuti di inutili tentativi nessun pianto liberatorio aveva riempito la sala parto, suscitando la gioia della partoriente e dei camici bianchi. Mentre nel momento in cui tutti si interrogavano pensierosi sulla gravità di questo caso anomalo, proprio in quel momento accadde il prodigio. Lotte, ormai ubriaca dell’ossigeno inalato dal suo smisurato naso e con ancora il cordone ombelicale intatto, iniziò a emettere dei suoni gutturali. Era la prima volta che i presenti assistevano a un parto in cui un neonato, anziché utilizzare il riflesso del pianto per superare l’impatto con la vita, utilizzava quello del riso. E non a caso.

    Il riso fa buon sangue.

La gente che l’attorniava, invece di spaventarsi per questa anomalia, venne contagiata dalle risate in sordina della piccola creatura e, abbandonando la serietà proverbiale che distingue una sala parto, condivisero quella stravaganza dapprima con tenui sorrisi, poi con risa trattenute e infine si lasciarono andare a una ridarella contagiosa che allentò la tensione e la paura. Soltanto quando la piccola si fu sfogata e tacque, solo allora tutto tornò alla normalità.
Venne lavata, frizionata, vestita e consegnata a sua madre, Margherita Rosa Viola che, spossata dal parto, fluttuava in un dormiveglia rigenerativo. Lotte si sentì appagata a contatto con il corpo di sua madre. Ne riconobbe l’odore e il battito cardiaco. Inoltre lo sfinimento causato dalle risate le mise addosso una piacevole sonnolenza. Di tutt’altro avviso era il suo naso infuriato.

Il dolore e l’affronto subiti dalla cartilagine olfattiva erano offese irreparabili. Era stato trattato senza alcun rispetto, come un’appendice morta da afferrare, strizzare e manomettere a piacere. Piuttosto che rispettare i suoi ritmi d’inspirazione ed espirazione, utili per degustare i profumi circostanti, si era preferito strapparlo con una infernale ventosa per dare spazio a quella cosa legata a lui di imporsi con la sua risata beffarda e argentina. In questo modo si era infierito irrimediabilmente sulla sua forma originale e nobile che dallo strattone assunse una forma bislunga, adiposa e pronunciata.
La nuova venuta era l’unico neonato in tutto il reparto maternità che non si lamentava. Mentre gli altri eseguivano sinfonie di vagiti, gemiti, urla, la piccola pareva vivere in un mondo ovattato e senza lacrime. Però possedeva una forza invisibile che comunicava alle infermiere i suoi bisogni. E quel naso grande attirava su di sé la simpatia del personale.
La piccola aveva provato ogni giorno a concentrare le forze per cercare di lacrimare. Aveva osservato con attenzione i suoi vicini di culla per coglierne l’espressione, il corrugamento del volto, il ritmo del respiro nel momento in cui spalancavano la loro caverna sdentata verso il cielo per provocare quel singhiozzo liberatorio, ripetitivo, ossessionante.

    E si sforzava di imitarli. Senza alcun successo.

    Per ovviare a questa carenza la piccola si rifugiò in sé stessa. E riuscì a superare quel periodo sotto stretta sorveglianza con un diversivo che la ripagava dei disagi.

    Lotte sognava.

    Riusciva a esternarsi dalle pareti bianche, dai camici bianchi, dai lenzuoli bianchi e partire verso mondi sconosciuti e meravigliosi che l’appagavano dei controlli brutali, della bilancia in agguato, della sterilità che la circondava.
Al contrario il suo naso impaziente odiava doversene stare in ozio, immobile, nell’incubatrice, sempre a contatto con quell’odore unico, inequivocabile, disarmante che era l’odore d’ospedale. Alle volte per la disperazione iniziava a scuotersi, a sollevarsi, a infilarsi fra le cannule e i cerotti, ansimante e dilatato finché accorreva il personale a calmarlo con infusioni che lo intorpidivano.
E in quel periodo forzato si allenò a riconoscere gli odori delle infermiere. La robusta matrona del primo turno inondava il reparto con l’odore di borotalco che le era ormai penetrato nella pelle e nei polmoni. La caporeparto, una secca acciuga provvista di occhiali, aveva sentore acido di latte coagulato. La rossiccia rotonda del turno serale sapeva di noce moscata. Il dottore invece proprio per distanziarsi da quella moltitudine di femmine in divisa bianca odorava di selvatico, di caprone, di carne frollata.

    Sua madre emanava lo stesso profumo che l’aveva avviluppato per otto mesi e che dall’interno del suo corpo fluiva all’esterno, trasformandosi nell’odore unico e riconoscibile di terra calda bagnata dalla pioggia. Le esalazioni provenivano da un centro sconosciuto, poiché sua madre non sudava, possedeva una pelle secca inodore e non si profumava.
Eppure nel congiungere le braccia per circondare sua figlia improvvisamente fuoriusciva da lei quell’essenza satura di terra che impregnava i vestiti, le lenzuola, i capelli e che aleggiava nella stanza frequentemente arieggiata dalle infermiere che lasciavano a loro volta scie di latte coagulato, di borotalco e di noce moscata.

    Lotte cresceva e aumentava di peso per la gioia del personale ospedaliero, finché venne congedata con la madre e fece il suo ingresso trionfale in una casa che era un concentrato di colori, caos, olezzi, stranezze.

    E sulla soglia l’attendeva una nonna in lacrime che a braccia aperte se la inghiottì in un seno mastodontico e profumato.


(segue: secondo capitolo, dal 7 febbraio 2021)

© Patrizia Barbuiani / PRO LITTERIS / Associazione artistica PETRUSKA



Edizione a tiratura limitata.
Tutti gli esemplari della prima edizione saranno firmati dall’autrice.

Vuoi riservare il libro?

47 capitoli, 296 pagine, illustrazioni e inserti manuali.

Pubblicazione il 1 aprile 2021.




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Dal romanzo la clownesse dell’Anno del Cane



2


        Nonna Iris l’avvolse nel suo corpo soffice, pingue, malleabile e così, in braccio a lei, si sentì ripiombare nel mondo ovattato e soffice del periodo di gestazione. La piccola Lotte adorava essere circondata dall’affetto flaccido di sua nonna e anche il suo naso bramava di tuffarsi nelle sete fruscianti e avvolgersi fra i cuscinetti morbidi di grasso e rinchiudersi in quei profumi. L’odore di nonna Iris era quanto di più sensazionale aveva sperimentato fino ad allora. E anche negli anni seguenti soltanto pochi profumi gli avrebbero ridato quella sensazione di pienezza, di felicità, di armonia. Un odore difficile da descrivere, un misto di miele dolcissimo dalle sfumature amarognole, melassa ambrata e zucchero caramellato. Lenta nei movimenti, golosa di dolci, collezionista degli oggetti più inutili, disordinata e sciatta, manteneva sempre un’andatura dinoccolata che la faceva ondulare come un mare tranquillo dai porti sicuri. Aveva ricevuto quel nome da una madre amante dei fiori e nel nome di Ottavio il giardiniere aveva riconosciuto la sua anima gemella. Il loro amore era sbocciato nella serra accaldata del giardino botanico in cui Ottavio accudiva con passione piante e fiori dai nomi esotici. 22

    Compiva diciotto anni Iris, aveva i capelli raccolti in un fiocco azzurro viola, indossava un vestito bianco e scarpe con tacchi alti. Dopo l’abbuffata e i festeggiamenti per il suo compleanno, la famiglia l’aveva condotta a fare quattro passi per dare l’opportunità al contabile dirimpettaio di chiederle la mano. Estenuata dalla passeggiata e dalle chiacchiere insulse dell’uomo aveva cercato rifugio nel padiglione della serra fiorita e, inoltratasi fra quella selva invitante, si era lasciata cadere al suolo per togliersi le scarpe che le stringevano i piedi gonfi. E nel silenzio, nell’atmosfera mite e umida era sprofondata fra buganville e orchidee in un sonno profondo avvolta dal verde e dai colori cangianti dei fiori, fra cui spiccava il suo fiocco azzurro viola. Ottavio passava per la sua abituale ricognizione con la quale si congedava dai suoi beniamini e fra una ninna nanna e parole di commiato s’avvide di un fiore estraneo azzurro viola mimetizzato fra le fronde. Lo colse con dita febbricitanti, lo colse quel fiore sbocciato in una notte, quel fiore palpitante, morbido e odoroso di miele, lo colse con trepidazione e con cautela.
Le sue mani esperte abituate a riconoscere al tatto i fiori più rari, si persero nella straordinaria bellezza di un giaggiolo di nome Iris.

    Dopo nove mesi nacque il frutto più esotico di tutta la serra, Margherita Rosa Viola.


(segue: terzo capitolo, dal 14 febbraio 2021)

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3

       
    Margherita Rosa Viola assomigliava come una goccia d’acqua a Ottavio. Non tanto nel fisico quanto nello spirito. I suoi balocchi preferiti erano un secchiello e della terra. La sua smania di immergervi le mani, di rotolarvisi si acuì al punto che non riuscendo a resistere al richiamo delle zolle nere e odorose un giorno le assaggiò.
La consistenza e il gusto la stregarono. Sentì una forza vitale sprigionarsi dai granelli umidi e terrosi e degustò con piacere la piccola quantità stringendola fra la lingua e il palato e risucchiandone la linfa. All’inizio si limitava in segreto a pulirsi i polpastrelli delle dita. Ben presto però, verso i due anni, la brama di ingoiarne s’impadronì di lei e quando si accorsero di questa sua mania venne ricoverata d’urgenza per dolori lancinanti che i medici avevano scambiato per un attacco di appendicite. Le fu proibito qualsiasi contatto con la terra che potesse indurla a questa strana tentazione e cercarono dei surrogati per alleviarle il distacco da quella materia primaria. Così Ottavio la rifornì di ghiaia, sassi, mattoni e via via che il tempo passava Margherita Rosa Viola dimenticava la terra e la consistenza dei nuovi balocchi l’allontanava dal pericolo.
A sei anni era ormai guarita. Il mondo circostante acuiva la sua sete di conoscenza e la terra era un elemento naturale che aveva perso il suo potere di seduzione.

    A otto anni conobbe l’argilla. E fu il colpo di fulmine.

    Durante una visita a conoscenti vide per la prima volta un atelier di ceramica. Rimase con il naso incollato alla grande vetrata, finché le fu permesso di curiosare all’interno di quella sala enorme e piena di oggetti. Le vennero spiegate in modo sommario la lavorazione, la cottura, la decorazione, la lucidatura della ceramica. La bambina chiese il permesso di provare a modellare un oggetto.
Le sensazioni di ebbrezza, di gioia, di beatitudine che provò sarebbero riaffiorate ogni qualvolta avrebbe poggiato le mani sulla materia fredda, malleabile, liscia, permettendo all’umidità di penetrarla.



   

    Una sensazione che divenne una necessità.

    Iniziò un periodo felice della sua vita in cui prendevano corpo forme bizzarre, oggetti curiosi, suppellettili che riempivano la casa e di cui Iris non riusciva a sbarazzarsi. La bambina occupava ogni istante libero della sua giornata china a plasmare la materia, raggiungendo una padronanza e una sicurezza tali nel modellarla che i suoi genitori rimanevano esterrefatti nel seguire quelle piccole mani esperte e veloci. Più cresceva, più abbandonava certe forme semplici e si ostinava a voler realizzare qualcosa d’impalpabile ed etereo come un volo d’uccello, un pensiero, un sentimento. Si arrovellava, si arrabbiava, s’impuntava finché una mattina improvvisamente si schiuse quel mondo senza limiti che a lungo aveva cercato. Capì il concetto di forma astratta. Ebbra davanti a questa scoperta sconvolgente non riuscì a difendersi dalla sua forza schiacciante e la trovarono gemente nel suo studiolo che si era cosparsa interamente il corpo d’argilla ormai in via di solidificazione. Non riuscendo a plasmare la sua idea nell’argilla aveva plasmato l’argilla attorno alla sua idea, vi era penetrata tutta per fermare quell’istante magico e irripetibile di scoperta della Verità, che non poteva fissare perché la Verità non è di questo tempo né di questo spazio.

    Margherita Rosa Viola, a nove anni, impresse quell’attimo nel profondo di sé stessa. Dovette abbandonare il trastullo con l’argilla che l’aveva ferita e sconvolta ancor più della terra e per due mesi venne spedita al mare, perché forse l’acqua l’avrebbe guarita da quella sindrome. Ma anziché una spiaggia di sabbia finissima i suoi scelsero le scogliere più impervie per dare tempo alla piccola di dimenticare qualsiasi materia friabile che avesse attinenza con la terra.
E la sua pelle divenne di terracotta, i capelli folti come le alghe, mentre gli occhi grigi riflettevano il mare nelle giornate rannuvolate. Cercava conchiglie tutto il giorno, giocava con i granchi e guardava per ore la distesa d’acqua melodiosa che s’infrangeva sui suoi minuscoli piedi.
Iris e Ottavio la circondavano con il loro affetto consci che la sua mania fosse naturale e dovuta al fatto di essere stata concepita in una serra fra piante, fiori e terra. Ottavio trasformava il giardinetto della loro casa di vacanza in una meravigliosa tavolozza di colori cangianti, Iris raccoglieva gli oggetti più impensati e Margherita Rosa Viola sorrideva malinconica ai tramonti sentendo il suo cuore palpitare a distanza per la persona che un giorno l’avrebbe resa felice.


(segue: quarto capitolo, dal 21 febbraio 2021)


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Dal romanzo la clownesse dell’Anno del Cane



4

       
    Paul era nato di mercoledì. Il mercoledì delle Ceneri.

    Aveva capelli biondo cenere, sopracciglia biondo cenere, una carnagione cinerea e occhi scurissimi e vivaci che sembravano fra tutta quella cenere due carboni ardenti.
E siccome sua madre Inge, praticante cattolica, osservò il digiuno della quaresima fino al venerdì santo omettendo carne dalla sua dieta, il suo latte nutrì quel figlio senza trasmettergli le proprietà di questo alimento. Il neonato rifiutò di attaccarsi al seno quando la madre riprese la sua normale alimentazione fatta di insaccati, braciole, costine, zamponi. Deperiva col passare dei giorni finché a furia di tentativi trovarono una balia che non mangiava carne e che si occupò di sfamarlo.
Paul era di costituzione gracile. Il suo corpo ossuto, le lunghe dita affusolate, le gambe secche erano la testimonianza fisica della sua avversione alla carne, alle forme rubiconde e pasciute.

    Non mangiò mai questo alimento poiché gli procurava una nausea improvvisa e un disgusto indomabili. 

    Questo fatto avrebbe potuto essere tollerato da chiunque, ma non di certo dal padre di Paul che possedeva un allevamento di suini ed era abituato a macellarli. Così come aveva fatto suo padre prima di lui e suo nonno ancor prima di suo padre. La gracilità di quel corpo, la mancanza di una muscolatura, la ripugnanza verso la carne furono le cause principali di un baratro affettivo fra le due generazioni e una mancanza di comunicativa che si trasformò ben presto in avversione aperta del padre verso il figlio.
Suo padre Hans era l’immagine della prestanza fisica. Malgrado la statura media possedeva gambe muscolose e scattanti, una corporatura taurina e una forza eccezionale che gli garantivano stima e ammirazione da parte degli altri allevatori. Svolgeva il suo lavoro con zelo e più di una volta i suoi maiali avevano vinto premi durante le feste e i mercati della regione. Gran bevitore di birra si concedeva il sabato sera una libera uscita con gli amici, che degenerava quasi sempre in una sbornia solenne, in gare a braccio di ferro e in palpate alle cameriere delle osterie.

    All’inizio Hans aveva volutamente evitato quel gracile coso che era suo figlio. Se ne disinteressava preso com’era dal suo lavoro e lo lasciava alla madre. Inge dalla carne rosa, Inge dalla ciccia odorosa di suini, Inge dalla faccia paffuta di contadina felice e appagata, Inge aveva cercato di forzare suo figlio a mangiare i loro prodotti genuini. Ma dopo lo svezzamento aveva rinunciato a tale proposito, impressionata dai violenti conati di vomito di Paul alla vista del maiale cotto e profumato sulla tavola. Si era resa conto che l’avversione di suo figlio non era una questione puramente inventata e neppure un capriccio infantile facile da raggirare.
Ne aveva avuto chiara prova un sabato mattina che si era rinchiusa da sola in cucina per preparargli una pozione di verdure cotte, uova, formaggio, in cui aveva mescolato sapientemente della carne tritata. Così aveva imboccato la sua creatura come una circe ansiosa di trasformarlo in un maialino da latte, soffice e carnoso, simile ai bimbi che grugnivano felici nelle altre fattorie.

    Bastarono poche cucchiaiate.

    Il piccolo Paul disgustato fece una smorfia. Serrò le labbra come se volesse cementarle. Ebbe un sussulto che gli fece sollevare le gracili spalle. La fitta allo stomaco si arrampicò verso l’esofago. Stringeva con rabbia i denti mentre il conato di vomito raggiunse la gola. La nausea gli riempì la bocca di saliva acida.
Vomitò quei bocconi infernali. Alcuni attimi di pausa. E poi vomitò la fiducia riposta in sua madre. E vomitò il dolore della bestia ingoiata. E vomitò quella sostanza già aggredita dai succhi gastrici. La nausea si placava per brevi intervalli. Poi le contrazioni che gli attorcigliavano le budella ricominciavano e gli facevano uscire dalla bocca spalancata suoni gutturali e poltiglia disgustosa.
La flaccida Inge osservava impotente suo figlio. Quel dar di stomaco aveva oltrepassato i limiti di un malessere passeggero. Aveva l’impressione che Paul si sarebbe improvvisamente rivoltato come un cappotto che, afferrato per l’interno delle maniche e sbattuto un paio di volte, si rigiri mostrando la faccia della fodera. Così vide fuoriuscire dalla sua bocca l’esofago seguito dallo stomaco, dal fegato e dall’intestino che dallo strappo esercitato dal vomito avrebbero tirato con sé fuori dalla bocca il bacino, le gambe e i piedi e via via le si sarebbe rivelato l’interno del corpo di suo figlio, con lo scheletro, la poca carne, i muscoli, l’irrorazione sanguigna, le viscere e tutti gli organi interni, mentre la superficie della pelle e tutti gli attributi esterni del suo corpo sarebbero spariti all’interno.
Questa allucinazione la spaventò. Ricorse alle preghiere, al buon Dio, alla Vergine Santissima, al Santo Patrono, a tutti i martiri e ai suoi morti perché le risparmiassero quel fagottino che sulla tavola di cucina non smetteva di vomitare, di rannicchiarsi e di lamentarsi.

    Sembrava che il diavolo in persona fosse penetrato attraverso quel boccone subdolo, insinuandosi nella sua anima per portarlo dritto all’inferno. Incapace di reagire Inge iniziò a recitare Mea Culpa, a sciorinare Vade retro Satana e a minacciare di buttarsi nelle fiamme del camino per sostituirsi col sacrificio al figlio e così risparmiarlo. Dopo aver afferrato il crocifisso appeso alla cappa del camino, iniziò a cospargersi di cenere. Dapprima soltanto il capo, poi tutto il corpo, in un rito inventato per calmare Satana e sé stessa.

    Invece si calmò improvvisamente suo figlio. 

    La vista della cenere che volava e che ricopriva di un sottilissimo strato il tavolo interruppe il dolore fisico causato dal boccone di carne. Rimase perplesso con gli occhi spalancati e fissi su quella materia che si sbriciolava al tocco più lieve delle sue dita. Il contatto lo fece sprofondare in una tristezza improvvisa e senza apparenti ragioni.
Sua madre tirò un sospiro di sollievo e attribuì lo stato infelice del figlio alla spossatezza causata dalle convulsioni.
E siccome quello stato perdurò parecchi giorni ne dedusse che forse quella materia l’aveva colpito perché gli ricordava la sua nascita. Una nascita avvenuta di mercoledì. Quel mercoledì.

    Il mercoledì delle Ceneri.

(segue: quinto capitolo, dal 28 febbraio 2021)

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5

       
    Margherita Rosa Viola aveva abbandonato la sua infanzia e con essa la mania di mangiare terra e di fare oggetti in argilla. Il tempo scorreva lento e la sua vita passava tranquilla fra quell’età che si chiama fanciullezza e un’altra chiamata adolescenza. Il suo corpo subiva dei mutamenti, il suo viso si faceva più dolce e comparvero con suo grande stupore le prime perdite che le annunciarono di essere divenuta una donna. Al suo disgusto e disperazione erano riecheggiate le risa di sua madre Iris, che le aveva spiegato, in via sommaria, il significato di quel fiore di sangue.

    E fu proprio quel giorno che accadde la disgrazia.

    Ottavio stava imbucando la lettera di protesta ai suoi superiori concernente la nuova venuta. Non era uomo da non riuscire a essere conciliante verso chiunque e aveva tentato più volte di soprassedere all’arroganza e alla prepotenza di quest’ultima. Le aveva anche parlato amichevolmente per farle capire che i modi duri non sarebbero mai serviti a niente e che regnava un’armonia meravigliosa prima del suo arrivo. Non solo i suoi tentativi erano andati a vuoto, ma Ottavio era convinto che le piante avessero subito un tracollo malgrado le sue amorevoli cure. Le chiome rigogliose si erano avvizzite, i colori cangianti dei fiori erano divenuti opachi e l’atmosfera stessa della serra era mutata. Inoltre aveva scoperto da poche settimane che lei aveva avuto l’impudenza di rubare. Se ne era accorto gradualmente.
Da quel giorno che aveva dimenticato del fertilizzante alla serra. Era sparito. Aveva creduto di averlo perso anche se in vent’anni di servizio presso il giardino botanico non aveva mai perso nulla. Forse l’età che avanzava lentamente principiava a fargli degli scherzi e quindi aveva chiuso il caso con un sospiro di tenerezza rivolto a sé stesso e all’evidente incedere della vecchiaia. Però altre sparizioni successive lo avevano messo sul chi vive e dopo attente valutazioni aveva circoscritto il campo d’azione alla serra dei fiori esotici.

    E lei era lì.

    Non era mai corso buon sangue fra loro due. Fin dalla sua prima apparizione. Era stata affidata a Ottavio con una raccomandazione dell’ammiraglio in pensione che viveva nella vecchia villa sulla collina. La lettera d’accompagnamento datava il giorno della sua morte avvenuta in circostanze oscure, vuoi per infarto, vuoi per collasso, vuoi per malore. Lo trovarono abbandonato nella grande poltrona, con gli occhi sgranati e i capelli candidi e canuti ritti sulla testa. Sembrava spaventato a morte.

    E lei era lì.

    Il becchino cercò ripetutamente di chiudergli gli occhi e di pettinarlo, ma invano. Persino nella bara mantenne quell’espressione truce e la chioma irta non cedette alle cure, alla brillantina e alla spazzola. Per ovviare a questo inconveniente tagliò i capelli all’ammiraglio trapassato e gli mise un piegabaffi. Il giorno seguente i baffi tirati come due accenti verso l’alto appena liberati si afflosciarono come due povere virgole. E i capelli ricrebbero almeno due centimetri. Chiusero velocemente il coperchio della bara per evitare altre stramberie del vecchio lupo di mare e lo sotterrarono nel cimitero vestito della sua uniforme prestigiosa con accanto la bandiera, il suo vecchio timone e la bussola. Sul petto scintillavano le medaglie al valore.
Fra le sue carte rinvennero la lettera che raccomandava al giardino botanico della città la sua protetta rimasta ormai orfana. Così l’ultimo desiderio di un cittadino illustre, che aveva viaggiato in terre lontane, venne assecondato e lei fece l’ingresso nella serra custodita da Ottavio.

    E adesso lei era lì.

    E non aveva l’aria di volersi smuovere. L’alone di mistero e paura che circondava la sua particolare natura trovava conferma nel suo aspetto esotico, giacché era il primissimo e unico esemplare pervenuto a quelle latitudini dopo un lungo viaggio trascorso sulle ginocchia di un ammiraglio celibe e senza figli. Il quale l’aveva adorata come una creatura speciale e dopo averla vista la prima volta in Borneo, se ne invaghì e la prese sotto la sua protezione. Ma chi dei due dovesse proteggersi maggiormente dalle attenzioni dell’altro risultò l’ammiraglio che non riuscì più a liberarsene.
Della sua entrata spettacolare nel salone non rimangono testimoni.
Il vecchio cane che cercava di ottenerne le grazie morì quasi subito per un attacco di malattia tropicale sconosciuta. Il pappagallo venne ritrovato stecchito nella gabbia con il becco spalancato nell’atto di bestemmiare in spagnolo. La tartaruga gigantesca si rintanò nel suo guscio, morendo d’inedia. Gli uccelli nel giardino sparirono. Le piante dell’appartamento si rinsecchirono malgrado le innumerevoli cure della domestica che si licenziò per paura di fare la stessa fine. Come una matrona gigantesca e malefica rimase solo lei a troneggiare nel grande salone.
Il vecchio aveva tentato più volte di sbarazzarsene senza successo. Finché gli venne l’idea. Scrisse una lettera a sua insaputa. Ma non ebbe il tempo di contemplarla al giardino botanico perché morì il giorno stesso.

    E lei invece è lì. Nella serra dei fiori esotici.

    Ottavio stava imbucando la lettera di protesta ai suoi superiori. La bocca spalancata della buca delle lettere stava ingoiando la sua missiva. Un attimo di esitazione, un istante di titubanza per ricredersi e farsi risputare la busta già deglutita a metà.
Ottavio oggi non lavora.
Ottavio oggi deve riposare.
Ottavio oggi ha promesso a Margherita Rosa Viola di portarla in città per acquistare un vestito nuovo.
Prima però vuol disfarsi definitivamente di qualcuno senza ricorrere all’autorizzazione dei suoi diretti superiori. Non le farà del male, non le torcerà un capello, la metterà soltanto in condizioni di non poter più nuocere a nessuno. Una visita di pochi minuti. Fissa un appuntamento con sua figlia al giardino botanico per le tre del pomeriggio.
Lascia casa alle due e trenta minuti.
La mezz’ora di tempo intercorsa fra il bacio schioccato sulla fronte a Margherita Rosa Viola sull’uscio di casa e l’urlo di Margherita Rosa Viola sull’uscio della serra dei fiori esotici rimarrà per sempre un mistero.
Si sa soltanto che Ottavio era steso per terra con un fiore rosso sangue che si allargava sul petto. Nella mano stringeva una cesoia acuminata, tutt’intorno vi era terra rimossa, delle piote e una zappetta. L’espressione irrigidita del suo volto era un misto di stupore, trionfo e paura.

    Anche lei giaceva a terra. Proprio al suo fianco. Il vaso in cocci, le radici allungate, i rami spezzati.

    Lei era lì.

    O per meglio dire, quel che rimaneva di lei era lì. Ciò che rimaneva di un’unica gigantesca pianta esotica. Una temibile pianta carnivora importata da un vecchio ammiraglio da terre lontane e finita prematuramente in una serra al fianco di un giardiniere ostile di nome Ottavio.
Le spire malefiche serravano dei pezzetti di carta maciullati. Sulla busta accartocciata per terra spiccava un francobollo e l’indirizzo dei responsabili del giardino botanico. Il contenuto di quella lettera era stato inghiottito dalla pianta carnivora ormai priva di vita.
I primi che accorsero alle urla disumane di Margherita Rosa Viola la trovarono con le mani e la faccia imbrattate di terra e di sangue.
Nascosta fra fiori esotici masticava lentamente le zolle odorose e nere, mentre il suo ciclo mestruale iniziato quello stesso mattino si era arrestato nell’istante in cui aveva scorto quel fiore rosso sangue, vivo e lucente sul petto di suo padre.

(segue: sesto capitolo, dal 7 marzo 2021)


© Patrizia Barbuiani / PRO LITTERIS / Associazione artistica PETRUSKA



Edizione a tiratura limitata.
Tutti gli esemplari della prima edizione saranno firmati dall’autrice.

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47 capitoli, 296 pagine, illustrazioni e inserti manuali.

Pubblicazione il 1 aprile 2021.




Patrizia Barbuiani | CH-6900 Lugano | patrizia_at_barbuiani.com | +41794485387